Una cooperatrice a Roma: intervista a Romilde Flora

Pubblichiamo un’intervista a Romilde Flora, presidente della sezione soci di Roma Laurentino e nel Cda della Cooperativa dal 1993 al 2002, curata da Enrico Mannari.

 

Enrico Mannari: Quando, come e perché ti sei avvicinata alla Cooperativa? In quali quali anni e perché…?

Romilde Flora: La Cooperativa l’ho conosciuta in un modo molto strano: appena dopo la guerra, ero giovane, militavo nella Federazione Giovanile Comunista e quindi eravamo tutti pieni d’entusiasmo: dovevamo ricostruire Romilde Floral’Italia, sotto tutti i punti di vista.

Molti giovani, più grandi di me, che avevano partecipato alla Guerra di Liberazione, avevano preso un percorso diverso: per loro la ricostruzione significava qualcosa di diverso da quello interpretavo io. Questi, abituati alla lotta, abituati alla battaglia, hanno seguito le truppe americane verso il nord continuando il loro ruolo di combattenti. Finito tutto tornarono poi nei loro quartieri, nelle loro case…

Noi eravamo nella sezione del PCI di Torpignattara. Avevamo come segretario della sezione quella persona, quel compagno che sembrava molto severo, il colonnello partigiano Nino Franchellucci. Molti di questi ragazzi che andarono verso l’alta Italia si ricongiunsero più che altro con Nino Franchellucci. In sezione parlavamo, e una volta uno di quei ragazzi che era andato in alta Italia ci disse: “l’Italia si sta ricostruendo veramente, io sono capitato a Piombino, e lì ho assistito alla costituzione di una Cooperativa”, e ci raccontò de La Proletaria. In questo modo ho conosciuto questa cooperativa.

La mia presenza ne La Proletaria è cominciata quando la Federazione Romana del PCI ci chiamò dicendo che la Lega delle Cooperative aveva deciso di portare a Roma la cooperazione: in momento di difficoltà, di ricostruzione, vedevano positivo l’insediamento di una Cooperativa, come appunto La Proletaria. Facemmo una riunione in Federazione: c’era anche Ledda Colombini, Mirella D’Arcangeli responsabile dell’UDI…

Noi fummo tutti entusiasti, ma la sensazione immediata che avevamo era che i compagni uomini pensassero a degli “interessi” legati al gruppo femminile, visto che pensavano che la cooperativa fosse una cosa di donne (erano loro che facevano la spesa). Secondo me sminuivano un po’ il valore reale che aveva l’insediamento de La Proletaria, che invece  aveva ben altri principi e presupposti, era stata voluta dagli operai dell’ILVA… Proprio a quetso proposito ci fu una bella presa di posizione del gruppo femminile. Noi facemmo la nostra parte, nel rafforzamento dell’insediamento della Coop a Roma. Ci furono discussioni anche sulla sua collocazione in città. In quei tempi si era sviluppata a Roma l’edilizia pubblica e popolare, la famosa “167”, a Spinaceto, a Laurentino… Una prima proposta fu quella di mettere la Coop a Spinaceto, un quartiere popolare dove convivevano proletari e classe media. A Spinaceto però mancava tutto, era una specie di quartiere dormitorio… Ci fu una presa di posizione dell’UDI molto severa, rigida e compatta per dare a questo nuovo insediamento la configurazione di un vero e proprio quartiere. Quindi ci chiesero a noi, UDI e PCI, di fare un sondaggio: se e quanto era conosciuta la Cooperazione, quanto era desiderato l’insediamento di una Cooperativa di questo tipo, ecc… Coinvolgemmo i democratici, i repubblicani… raccogliemmo le adesioni, ma lo facemmo con impegno consistente perché a ogni persona gli chiedevamo intorno alle mille Lire. Lì capimmo che Roma, o una parte di Roma, aspettava qualcosa di diverso, questa novità della Cooperativa.

Poi fu deciso che il luogo dove collocare la cooperativa, invece di Spinaceto, dovesse essere Largo Agosta, un quartiere in via di sviluppo e soprattutto un quartiere di un certo ceto sociale, dove c’era bisogno e necessità di avere un punto di riferimento per le famiglie dove costi, qualità e tutto quello che la Coop poteva offrire era garantita. Purtroppo dovemmo tornare a rendere le adesioni nel quartiere di Spinaceto, dopo aver fatto tutto il lavoro con l’UDI per creare una rete sociale, spiegando che comunque la coop offriva qualità, prezzi e un modo di essere, di vita, che il negozio non era solo un centro commerciale ma era luogo di incontro, di prospettiva di solidarietà. Non era solo legata all’aspetto commerciale, rappresentava per famiglie, persone, un punto di riferimento. Poi devo dire che fu molto importante l’UDI. Intanto nell’andare per il quartiere a creare solidarietà intorno a questo negozio, e anche perché le lotte contro la Coop lì furono dure, promosse da alcuni commercianti e dalla parte politica avversa. In questo caso il  ruolo delle donne fu importantissimo.

Io ero ragazzina quando a Roma ci fu l’assalto ai forni: furono le donne, le popolane di Roma, a difendere. La stessa spontaneità, la stessa volontà e partecipazione ho la sensazione che ci fu anche per la Coop. E’ una sensazione mia, però… Le donne hanno sentito come una necessità, un completamento del quartiere.

Enrico: Dal punto della specificità femminile, perché c’era questa volontà? Perché erano le donne a fare la spesa…? Perché erano le donne a fare le massaie…?

Romilde: Noi come UDI lavorammo tanto. I motivi erano anche quelli che citavi, ma c’erano anche i primi annunci dell’emancipazione della donna che anche incosciamente vedeva in questo fatto una sorta di emancipazione: entrare in un negozio che non ti offriva solo alimentari, ma ti dava anche altro…

Enrico: Tu dici che la presenza della Cooperativa ha, in qualche modo, aiutato questa emancipazione.

Romilde: Sì. E la donna lo sentiva come qualcosa di suo, non era solo una questione di convenienza, ma anche una specie di liberazione. C’era questa volontà delle donne che vedevano nella Coop una spinta, un granello verso una loro emancipazione e devo dire che le donne della Coop erano riuscite a trasmettere il significato dell’apertura del negozio, che non era solo un fatto commerciale. L’UDI l’aveva interpretata così…

Enrico: Il tuo impegno quando comicia?

Romilde: Il mio impegno è stato innanzitutto a Largo Agosta. Alla sezione mi dissero: “Tu adesso vai a Laurentino, perché si deve costituire il comitato”.Mi mandarono là e cominciarono a pensare chi doveva diventare presidente della sezione soci.

Poi Aldo Soldi [allora direttore delle Politiche sociali] mi chiamò e mi disse che c’era questa proposta per entrare nel Consiglio d’amministrazione. Io gli feci una domanda secca: “Ci devo entrare perché pensi che possa dare un contributo o perché dovete rispettare le quote rosa? Perché se dovete rispettare le quote rosa cercatene un’altra…”. Io non sono per le quote rosa: per me la donna non può essere solo una quota rosa, per me una donna ha un cervello… Io nel consiglio della Coop ci sono stata dieci anni. Insieme a me c’erano donne che ci sapevano fare: Fiorella Franchini di Piombino, Annalisa Tomassini di Civitavecchia, Anna Valeri di Tarquinia, Luigia Di Virgilio, l’Assunta Di Mauro di Terracina. Con tutte le loro caratteristiche personali intervenivano, potevi essere d’accordo o no, però era una presenza attiva. Marilù Ricci e poi quella benedetta donna, che io ho sempre stimato, di Vanda Spoto. Donne che sapevano il fatto loro nel Consiglio d’amministrazione c’erano e non parlavano dei problemi femminili e basta: parlavano della Coop, della Cooperazione, dei meccanismi commerciali…

Enrico: Secondo te c’era un contributo particolare delle donne?

Romilde: Sì, c’era un punto di vista particolare, ma secondo me non era preminente ed essenziale perché lì secondo me c’era un bellissimo discorso di parità. La donna era un consigliere d’amministrazione: certo, c’erano problemi che dovevi porre e che erano vicini alle donne… Però io non l’ho sentita questa necessità di “impormi come donna”, io ero considerata un membro del consiglio d’amministrazione. Le Pari opportunità c’erano ma a mio avviso era insito nell’attività della Cooperativa. Non c’è stata da parte della direzione – allora – della Coop, una differenziazione: fra  il ruolo degli uomini e quello delle donne. E’ stato un fatto culturale, un fatto di volontà da parte delle donne di essere qualcosa di più, di mettere una pietra in più verso l’emancipazione femminile: “io vado alla Coop, faccio la spesa, e poi pago le bollette della luce…”. Noi qui avevamo addirittura preso contatto con la circoscrizione per fare la raccolta delle domande per gli asili nido.  Non voglio essere fanatica ma noi abbiamo contribuito come Coop a svegliare il senso di ambizione della donna: “io sono utile ma non solo per fare la spesa, io sono utile anche alla società”

Enrico: E per quanto riguarda le donne nella sezione soci? Molto spesso ci sono stati presidenti donna: perché?

Romilde: E’ stato per un motivo banale: la disponibilità. La donna era sempre più disponibile. E poi quello di afferrare i principi più velocemente: l’uomo è forse per mentalità più improntato per un discorso commerciale… La donna invece vedeva questa Coop come qualcosa che completava la sua giornata e la sua formazione. Lo abbiamo visto pure nell’attività…

Enrico: E per quanto riguarda la fine degli anni Ottanta, quando iniziano le politiche del consumo consapevole, le battaglie ambientali, come in tutto questo quanto ha influito la presenza delle donne e quanto la presenza delle donne ha influito nel portare avanti queste politiche?

Romilde: Per quanto riguarda la Coop è stato un fenomeno, della presenza femminile, importante, determinante anche dal punto di vista commerciale. Quando facevamo l’”approvato dai soci” erano quasi tutte donne. Io ritengo che ci sia stata una reciprocità d’interessi tra la donna e la Cooperativa. La Cooperativa si “serviva” delle donne e le donne si servivano della Coop per salire un gradino in più, per sentirsi un po’ più importanti. E credo che questo sia stato il merito della Coop: di aver afferrato le necessità della donna. Era una donna che veniva a fare la spesa e che si interessava di quello che metteva dentro il cesto della spesa, ma era anche una donna che si interessava alla vita sociale e di solidarietà… Anche cose banali come gli assaggi dei prodotti: la Coop ti offriva un momento di responsabilità, alle donne in particolare, perché tu andavi a fare scelte determinanti dal punto di vista commerciale. Le donne determinavano le scelte commerciali della Cooperativa e questo è stato il nostro contributo nei comitati soci.

Enrico: E la Commissione delle pari opportunità?

Romilde: Io non l’ho sentita come una necessità… mentre nel partito e negli organismi politici era importante perché vedevi la donna “utilizzata” dal partito; nella Coop invece le donne si sentivano importanti al punto da essere determinanti nelle scelte commerciali. Ci siamo imposte, perché le donne erano in maggioranza, anche con istituzioni territoriali, come con la circoscrizione, perché ci ritenevano come punto di riferimento per le necessità loro. Cioè: io devo fare oggi un rinfresco, chiamiamo la Coop se ci dà 100 bottigliette d’acqua, se ci dà questo o quest’altro… quando noi invece abbiamo chiesto alla circoscrizione “Noi vogliamo entrare nell’Istituzione per le funzioni.., per quello che siamo, per quello che facciamo e non – come io dissi volgarmente al mio presidente – non siamo il pizzicarolo sotto a casa tua, che quando ti servono le salsicce ci chiami…” E allora si è aperto uno spiraglio e noi come Coop siamo entrati nelle varie commissioni della circoscrizione. Io credo la Coop sia stata un aggancio, sia stata “sfruttata” dalle donne per un salto di qualità nella società. E’ stato un fatto reciproco: noi abbiamo aiutato la Coop nel disegno che aveva di essere un negozio diverso e le donne si sono sentite importanti. Alla Coop e pure a Roma il ruolo della donna non è finito. Noi serviamo ancora. Il ruolo della donna nella cooperativa è stato di quantità e di qualità.

Date alle donne occasioni adeguate
ed esse possono fare tutto.

Oscar Wilde