Un esempio per le cooperatrici, intervista a Luigia Di Virgilio

luigia di virgilioEnrico Mannari: Quando, come e perché ti sei avvicinata alla Cooperativa?

Luigia Di Virgilio: Io sono nata nel 1954. Nell’aprile del ’76, a ventidue anni, sono andata ad abitare a Colli Aniene. Erano anni di grande impegno sociale e politico. Appartenevo alla generazione post-sessantotto, avevamo nel DNA l’ impegno e la passione civile e politica. Con una differenza rispetto ad oggi: in quella fase, in quegli anni, noi avevamo rispetto e grande considerazione per chi era più anziano, per chi c’era prima di noi. Quindi sono cresciuta ascoltando, leggendo e riportando le storie dei grandi cooperatori, in special modo quelli legata all’esperienza della politica romana. Abitando a Colli Aniene, nei pressi di Largo Agosta, era normale che in quella fase ci si iscrivesse al PCI e alla Coop. Questo ha fatto sì che conoscessi il mondo Coop e successivamente l’esperienza del supermercato, ricordo la grande attenzione all’arrivo e presenza della Cooperativa di consumo. Conoscevo già l’esperienza del movimento cooperativo d’abitazione a Roma, frutto dell’opera e della battaglia dei lavoratori edili, che negli anni ’60 costruivano le case per i ricchi e per la borghesia romana, e poi, con la legge 167, si sono detti: “facciamo le case anche per i lavoratori”. Era una fase di grandi tensioni politiche e sociali, erano gli anni dei governi di solidarietà nazionale, anni in cui sono state fatte legge di spessore, come lo statuto dei lavoratori per fare un esempio, la legge sul divorzio, anni di battaglie e conquiste sociali. Molte zone della periferia romana furono dedicate all’edilizia economica e popolare, e Roma in quegli anni maturò una grande esperienza in questo senso, fu una delle più grandi esperienze italiane se non europee. Chi cercava casa a Roma si iscriveva alle Cooperative di abitazione. Risolto il problema casa si gettarono le basi per realizzare anche una Cooperativa di consumo. La Coop, la Proletaria, si insediò a Colli Aniene percorrendo la strada già segnata dalla Coop di consumo legata alla cooperativa d’abitazione dell’AIC. Negli anni ’82 -’86 ho ricoperto il ruolo di segretaria del PCI, e già nel 1982 fui avvicinata da due gloriosi ex-dirigenti della Coop. la Proletaria di allora: Lido Gasperini e Sergio Salvatori. Fui così informata della trattativa che era in corso con Ennio Signorini, Presidente dell’AIC, Associazione Italiana Casa, con l’UNIPOL, e dell’imminente arrivo della Proletaria a Colli Aniene. Ricordo bene quella fase, quegli anni furono anni importanti per il movimento cooperativo, con inevitabili momenti di tensione: non ultimo quello legato alla fusione della Coop di consumo Tiburtino, fatta nascere dall’AIC nella Proletaria, con assemblee infuocate che hanno lasciato strappi, lacerazioni che sono durate per molto tempo a seguire… Circostanze non nuove nel movimento cooperativo: mi sono trovata in mezzo a “personalismi” e “protagonismi” che sono un po’ l’anima nera del movimento cooperativo e che, purtroppo, hanno contrassegnato nel bene o nel male anche certe esperienze significative. Molti dirigenti cooperativi tendevano a “difendere il proprio” e non aprirsi al nuovo proveniente dall’esterno. Ripeto: la fusione, l’ingresso nella Proletaria non fu senza traumi e senza strappi. Ma io ero una giovane del PCI, ero in qualche modo portatrice di un interesse per il nuovo, rappresentavo la “nuova generazione”, e quindi potevo testimoniare una rottura e una discontinuità rispetto ad antiche incrostazioni.

Quando si apre il supermercato Coop, nel 1986, io lascio il mio ruolo di segretaria di sezione. Nel frattempo mi ero attivata per la formazione di un comitato promotore dei soci, partecipando a molte discussioni, anche lunghe e pesanti. Un po’ le rimpiango, ma un po’ dico che abbiamo perso tanto tempo. Certo, sono state anche formative, perché era una fase in cui si discuteva molto tra di noi e con le altre componenti politiche. Lasciato l’incarico politico, divento Presidente del Comitato Soci della Coop, ruolo che ho mantenuto fino al 2007, per ben 21 anni. Ero piena di passione, di tensione ideale, non ho fatto altro che trasferire quella tensione nel Comitato Soci. Sono stati anni di grande attivismo, di grande protagonismo, grazie ovviamente al sostegno dalla Coop di Vignale: se non ci fossero stati un presidente come Sergio Meini e Aldo Soldi allora direttore delle politiche sociali, se non ci fosse stata questa voglia di rinnovare anche l’attività dei comitati soci, questa attenzione alla socialità, sarei stata una presidente “zoppa”. Invece ho goduto del sostegno da Vignale anche perché la Cooperativa era impegnata in una azione di rinnovamento dell’attività sociale sui territori. L’aver avuto in precedenza un ‘esperienza politica mi ha aiutato molto, perché io non ho fatto altro che, ripeto, trasferire il mio impegno, le mie “modalità” di attività e di impegno anche nella sezione del Comitato Soci. Tant’è che la Coop a Colli Aniene negli anni è diventata la vera piazza del quartiere. La Coop ha svolto un ruolo di integrazione sociale verso quegli scatoloni di cemento, quel togliere territorio ai quartieri per dargli soltanto case, scatoloni appunto, e non un’attività sociale. La Coop ha svolto davvero un ruolo sociale. Io ne ho sempre fatto vanto. Si facevano tante iniziative fuori, dentro, sopra il parcheggio: quella era la vera piazza del quartiere. Forti anche della passione di quegli anni, dello spirito dell’estate romana, si fece la prima esperienza di ballo sopra il parcheggio proprio Colli Aniene. Una esperienza che poi è stata traslata, trasferita in attività di altre azioni soci: a seguire è venuta Laurentino. I Comitati Soci si parlavano, facevano rete. Ci scambiavamo anche molte esperienze senza gelosie. Comunque, rispetto a Largo Agosta, Colli Aniene ha segnato un’epoca, poi sono venute tutte le altre.

Enrico Mannari: E dal punto di vista tuo, che sei una donna? Come la Cooperativa ha aiutato le donne, le socie e come le donne socie nella loro attività hanno aiutato la Cooperativa? Lo specifico femminile è emerso? Oppure i problemi erano altri dal tuo punto di vista?

Luigia Di Virgilio: Quando dico di aver trasferito il mio impegno politico nella Coop intendo dire che l’ho trasferito tutto, anche per ciò che riguarda l’esperienza di valorizzazione dell’impegno femminile.. Il fatto che io fossi piena di passione e determinata, mi aiutava in questo lavoro di rinnovamento. E poi ho avuto l’aiuto e attinto dall’esperienza e esempio di grandi dirigenti donne. A Colli Aniene erano venute ad abitare anche molti dirigenti del Partito Comunista locale e nazionale. C’erano soci, assessori, dirigenti politici. Ne voglio ricordare una in particolare, Adriana Molinari, dirigente del Partito Comunista, dipendente della direzione del PCI. Era del ’24 ed era stata anche partigiana. Una donna di grande cultura, laureata in filosofia. Una partigiana “colta”, che ha animato in qualche modo il dibattito culturale di quegli anni. Ricordo la discussione che facemmo sull’apertura del supermercato di Colli Aniene. Mentre noi dicevamo che era un fatto democratico – e questo sosteneva anche l’attuale senatore Tocci allora presidente del municipio – lei insisteva nei dibattiti dicendo che “no, il fatto vero, democratico, è che ci sia una Cooperativa di consumo che deve rappresentare, e dare tutela e rappresentanza ai soci. I soci non sono un numero ma sono delle persone”. Queste frasi le ho ancora in testa, tant’è che ho prestato un’attenzione maniacale a far sì che la partecipazione alle iniziative fosse sempre coinvolgente: ho sempre cercato di allargare la “platea” dei consumatori. Questa è la mia storia ma è la storia anche di tante altre donne romane. È una sensibilità femminile, di genere. Poi, ovviamente, la sensibilità ce l’hanno sia gli uomini sia le donne, tuttavia quelle che comunque stavano di più nel quartiere, che sapevano di più dialogare con le persone, prendersi i rimbrotti dei soci, dei consumatori o del tale militante eravamo comunque noi donne, alla fermata dell’autobus, a fare volantinaggio, a fare queste cose. Il volantinaggio alla fermata dell’autobus io ho voluto trasferirlo alla Coop, e ogni volta che c’era una iniziativa si faceva volantinaggio e la gente veniva alle iniziative. Oggi la partecipazione dei soci è diversa, ma siamo noi che abbiamo “educato” per primi i soci a partecipare alle assemblee. Oggi il socio partecipa in maniera diversa, viene in assemblea, controlla che i conti siano in ordine, telefona al numero verde… Ci sono modalità nuove, più evolute, mentre trenta anni fa non c’erano internet e il web. Si doveva stare sul territorio, e questo era certamente più attinente alla specificità femminile che a quella maschile. Chi parlava di più eravamo sicuramente noi donne: questo sta nelle cose. Tuttavia bisogna riconoscere a Meini, il fatto di essere un grande dirigente politico che credeva molto nell’affermazione del ruolo delle donne.

Dopo questa mia esperienza e conoscenza del mondo cooperativo, partecipai al primo congresso, come delegata, al Congresso della Coop Regionale, e lì mi permisi (ingenuamente forse) di combattere l’idea che contassero le componenti politiche. Rifiutavo l’idea che le matrici politiche contrassegnassero il movimento cooperativo nella scelta dei dirigenti e/o dipendenti o del CdA o del comitato soci. Rifiutavo l’idea che ci dovesse essere il criterio della mera rappresentanza politica, per la quale si stabiliva un tot a me, un tot a te, un tot all’altro. Questa cosa non l’accettavo anche se non negavo affatto il grande apporto dei partiti di massa allo sviluppo del movimento cooperativo. E non rinnego affatto l’apporto e il ruolo della politica. Oggi questa roba non ci sta più, si parla di superamento dei corpi intermedi. Ma nell’87 non era così, e io feci la mia battaglia solitaria e fui attaccata per questo. Meini seppe di questo mio impegno un po’ “garibaldino”, della mia battaglia contro la rappresentanza e spartizione partitica, e nel 1988 mi propose di stare nel consiglio d’amministrazione, nel quale sono rimasta fino al 2006. Fu il primo caso in cui scelse direttamente l’azienda e non un partito politico, e io fui la prima donna ad essere scelta per stare nel Consiglio d’Amministrazione della Cooperativa. Tant’è che in quell’occasione il responsabile della Federazione Romana del PCI, Lionello Cosentino, mi chiamò dicendo: “ti hanno delegato, sei stata nominata nel CdA. A me va bene, e ho detto in giro che potevi starci”.. C’erano comunque discussioni, diatribe, tutta roba legata anche all’espansione del movimento Cooperativo. Testimoniavano e nascondevano un rapporto “non risolto” tra la Coop di Vignale e il movimento politico sindacale, in special modo verso quei dirigenti romani che si occupavano dell’associazione del consumo, con i romani, da un lato, che rivendicavano la loro forza e presenza, osteggiata a loro dire dai toscani.. Io sono stata dentro questa fase di sviluppo e di crescita, ero dentro questa rete che si rafforzava, e cominciavo a conoscere sempre più da vicino il movimento cooperativo. Tuttavia rispettavo la storia della Coop, la Proletaria e sono stata anche protagonista del dibattito che ha portato a cambiare il nome da Proletaria in Coop Toscana-Lazio e successivamente da Toscana-Lazio in Unicoop Tirreno. Ricordo pure che in quella battaglia io avevo grande rispetto per i dirigenti toscani e un rapporto molto dialettico. Vorrei citare a questo proposito una cosa. Nel libro di Marco Gualersi, sulla Cooperazione a Castagneto Carducci c’è un passaggio dove si cita il mio nome. Ero nell’esecutivo, io, una romana, ed eravamo ben prima degli anni ’90. A differenza di molti dirigenti toscani, mi espressi favorevolmente affinché il supermercato di Castagneto Carducci continuasse ad esistere. Rispettavo Albano Querci, che apprezzò questa giovane cooperatrice che aveva spirito, voglia, chiacchiera, era battagliera. Mi disse: “Romana, voglio vedere se mi dai una mano a difendere questa roba…”. E io lo presi come un impegno. Albano Querci ,ora non c’è più aveva forti scambi dialettici con Meini. Io non mi sentivo di ‘appartenere’ a questo o a quel territorio, a questa o a quella azienda cooperativa, quindi difendevo la Coop in tutti i territori. Percepivo la ‘rete’ e quindi difendevo in generale la presenza di Coop e tutto ciò che si portava dietro valori, una diversa visione dello sviluppo economico a favore dei soci e dei lavoratori. Ma le cose stanno cambiando. E dopo aver battagliato per il rafforzamento della Cooperazione a Roma e nel Lazio, e vedere che in qualche modo si stia un po’ trascurando il territorio romano, questo ovviamente non mi fa piacere. Tutta roba dettata dal fatto di tenere i conti in ordine, di liberarci del debito. E ovviamente leggo di una diversa presenza del Coop di Consumo su Roma attraverso altre forme e assetti societari. Mi fa star male il fatto che la cooperativa continua ad avere un deficit e non avere un utile dall’attività caratteristica. Ne deduco, evidentemente, che alcune operazioni e alcune azioni di controllo, di prevenzione, di efficientamento della macchina cooperativa non sono andate a buon fine. Lo dico per inciso rispetto alla marginalizzazione del territorio romano e laziale, che io leggo in controluce nelle scelte imprenditoriali di Coop, e le percepisco anche nei risvolti dell’attività sociale. Perché mi piange davvero il cuore. Lo dicevo anche a Romilde Flora: “restiamo in sintonia”. La cosa che abbiamo cercato anche noi donne era di essere solidali, di fare una battaglia comune: trovo positivo il fatto che donne di età e esperienze diverse sentano il desiderio e bisogno di confrontarsi ancora. Il fatto è che io non posso digerire una marginalizzazione della presenza Coop su Roma, sia dal punto di vista della distribuzione, e quindi degli insediamenti commerciali, sia dal punto di vista dell’attività legata al sociale. Questo lo dico con fermezza. Poi posso capire tutto. È chiaro che in presenza di una crisi che perdura da anni si debba operare di conseguenza, e quindi servano azioni anche drastiche, con la conseguenza che spesso a rimetterci è l’attività sociale. Ai miei tempi, si spendevano risorse ed energie affinché la cooperativa si affermasse. C’era molto impegno in questo senso. Ma quella spesa, quell’impegno, quelle iniziative hanno fruttato, perché ha aumentato la presenza dei soci, la forza, il radicamento e la compenetrazione nel territorio. Si deve a quel periodo l’affermazione del marchio Coop. Non è stata un’azione fallimentare. E credo che serva fare una riflessione su queste questioni, legata alla fase che sta vivendo il movimento cooperativo. Io credo che ci sia stato un attacco portato dall’esterno, che non è mai cessato negli anni (penso persino agli attacchi squadristi ai supermercati Coop). Ma c’è stato anche un punto concernente la governance della struttura cooperativa, un controllo inadeguato delle strutture cooperative che ha provocato errori e che hanno finito per penalizzare tutto il movimento cooperativo. Questo secondo me fa il paio con la necessità di sviluppare e mantenere un’azione di controllo dal basso, con il potenziamento della ‘socialità’. In fondo, perché eravamo diversi? Perché i soci facevano sentire la loro voce, nel bene o nel male. E potevano essere capaci di un aiuto ‘critico’ verso la governance. Un movimento dei soci ‘vero’ contribuisce a prevenire e a controllare gli errori. Che comandi la tecnostruttura nell’azienda Coop mi sta bene, ma penso che la Cooperativa deve dedicare tempo e risorse economiche anche nella formazione del proprio esercito di “dirigenti sociali”. Servono esperienze formative, dunque, confrontarsi con le storie vecchie e nuove. Io posso dire di essere stata fortunata, mi è stata data l’opportunità di una grande esperienza formativa, e ho potuto assistere , frequentare, partecipare a percorsi formativi di tutto rispetto. Io credo che la Cooperativa ha le forze e le risorse per continuare in questo sforzo fare questo sforzo. Evidentemente si dovrà ricorrere anche a strumenti nuovi. Penso che anche questa esperienza che stai facendo tu Enrico con le Memorie Cooperativa e con la Fondazione possa senz’altro servire. Però voglio dire che la storia la fa chi la racconta, soprattutto se parlano gli atti, le battaglie fatte, le foto, le testimonianze, com’è nel mio caso e di tanti altri soci e socie.
Enrico Mannari: Però ti volevo anche domandare sulla questione “donne”. Tu, donna, ventenne e trentenne, che viene da una generazione post-68, e che hai trovato nella Cooperativa l’impegno, hai portato l’entusiasmo, la passione… Ma dal punto di vista della parità, com’è andata? Voglio dire, dal punto di vista della tua esperienza. Come si affrontava lo specifico della “questione femminile”? Ecco: questa cosa tu come l’hai affrontata, dal tuo punto di vista, dentro la Cooperativa, sia nei soci sia quando sei stata nel CdA e quindi anche nell’esecutivo?

Di Virgilio: Diciamo che la presenza femminile nel CdA e quella nelle attività sociali sono comunque presenze di tipo diverso. Nel CdA, insieme ad altre donne abbiamo intrapreso una battaglia per una più forte rappresentanza femminile, tant’è che oggi c’è il riconoscimento di una quota di genere del 40%. Purtroppo, la presenza femminile deve essere aiutata, assicurata, non c’è niente da fare. Il mondo è ancora al maschile, e anche la Cooperativa è ancora prettamente al maschile, pure se la parola Cooperativa è femminile… Non c’è mai stata una Presidente donna, e così una vicepresidenza, al più membri di direzione e basta. Questa battaglia delle quote era giusta e andava fatta. L’abbiamo intrapresa noi donne sin dai tempi di Fiorella Franchini, che è la prima storica socia di Piombino, o di Tania Grillandini, che è stata per anni direttore del settore soci e consumatori. Ci è stato accanto qualche dirigente illuminato. Mentre per molti dirigenti il problema era inestistente. A livello di sezione soci era naturale che ci fosse una presenza forte di donne, perché comunque si trattava di un lavoro volontario, e si trattava di una cosa, le attività sociali, che le donne sanno fare molto bene da sempre, e alle quali venivano di fatto ‘relegate’, con un effetto di ‘marginalizzazione’. Riflettendo tuttavia penso che il problema abbia dimensioni più generali. Penso, perciò, che ci sia ancora molto da fare. L’impegno delle donne non dovrà limitarsi a rivendicare le quote, quanto ruoli di sempre maggiore responsabilità. Posso capire che questo problema non sia percepito come il principale, oggi, perché la crisi ancora morde . Però è indubbio ancora oggi permane una discriminazione di genere che impedisce alle donne di arrivare ai piani più alti e agli stipendi più alti. Io mi auguro che questo lavoro di testimonianza attiva, non solo mio ma di tante altre donne possa essere utile.

Enrico Mannari: Quindi la presenza femminile ha inciso nello sviluppo della Cooperativa e allo stesso tempo la Cooperativa ha fallito nel tentativo di avviare processi di autonomia, di emancipazione delle donne?

Luigia Di Virgilio: Io penso di essere stata valorizzata in quanto donna, e che il mio esempio sia servito anche ad altre donne. Lo stesso dicasi per le esperienze al femminile che ho potuto conoscere ed apprezzare fin qui e che mi sono state di riferimento ideale e non solo. E’ sufficiente, non credo.. Occorre avere uno sguardo fermo e costante su questi temi.,.e non in una unica e sola direzione.

Enrico Mannari: Secondo te, c’è un’influenza del punto di vista “femminile” in alcune politiche legate al consumo e alla sostenibilità ambientale? Cioè il fatto che una politica di educazione al consumo in qualche modo sia più efficace e maggiormente promossa dalla presenza delle donne socie e consumatrici? Come la vedi questa cosa?

Luigia Di Virgilio: Sicuramente c’è una relazione tra l’essere donna e l’impulso a intraprendere queste battaglie. Lo si vede nelle assemblee, dove l’uomo interviene su un dato tecnico di bilancio mentre la maggior parte delle donne interviene, invece, su temi che attengono alla salute del consumatore. Questo io lo vedo ancora. Ora, se è una questione di sensibilità femminile non te lo so dire però sulla questione della sicurezza alimentare le donne hanno una marcia in più, i problemi alimentari li sentono profondamente. Peraltro, le tematiche legate all’ambiente nei prossimi anni saranno in aumento. Tutte queste questioni, così come le battaglie per il pane, per il grano, contro la guerra, sono sempre state delle donne, secondo me le donne le sentono di più. Sono quelle che leggono di più le etichette, sono quelle che più di altri intervengono nelle assemblee per dire “quel prodotto fa male non lo mettete in commercio”. E sono anche le più drastiche nelle scelte commerciali, pur consapevoli quanto costi all’azienda togliere dal mercato alcuni prodotti. Le donne su queste temi hanno una marcia in più.

Enrico Mannari: Fu costituita poi una commissione pari opportunità negli anni ’90…

Luigia Di Virgilio: Sì, s’è dato più impulso a cose più pratiche, al fare, a come portare i soci, i bambini nel supermercato dove lavorano mamma e papà, insomma… Ho visto un fervore iniziale ma che nel tempo si è spento. Al momento, di questa roba non ne vedo più tracce significative, vedo cose che si rivolgono a un nucleo ristretto di persone, ma non c’è una battaglia forte, ampia, che segni questa epoca, a differenza dell’epoca in cui le grandi battaglie si iniziavano e si diffondevano a macchia d’olio. Quando leggo che la Coop ha raccolto 3000 firme per sostenere una legge, dico che mi sembrano pochine. C’è una caduta di tensione. Il problema è che ci accontentiamo un po’ tutti di quanto offre il quotidiano e poi ognuno pensa al suo e non guardiamo più con interesse effettivo a queste grandi questioni.

Date alle donne occasioni adeguate
ed esse possono fare tutto.

Oscar Wilde