Una cooperativa dal nome femminile. Provvedimenti, socialità e lavoro delle donne. Di Marco Gualersi

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  • 16 marzo 2016
Interni di spacci, Piombino, ca. 1950

Interni di spacci, Piombino, ca. 1950

Pubblichiamop un estratto dal saggio di Marco Gualersi in “La coop di un altro genere”. A questa pagina potrete leggere il saggio di Anna Pellegrino. A breve tutti gli altr8i9 saggi

 

La storia delle donne nella Cooperativa La Proletaria e poi in Coop Toscana Lazio ha attraversato in settant’anni di storia molte contraddizioni. Una cooperativa dal nome femminile, recitavano i partigiani di Virzì. Sicuramente nella Proletaria e in Toscana Lazio le donne furono sempre in maggioranza rispetto agli uomini, ma è anche vero che esse hanno avuto una storia tormentata, che ha seguito quella delle cooperatrici italiane. Se la legislazione in tema di donne nella cooperazione è sempre stata appiattita sulla legislazione italiana, è anche vero che la sezione femminile della Lega, insieme all’Unione Donne Italiane e ad altre forze politiche o sindacali, si sono battute per il riconoscimento dei diritti e della parità, nonché per la progettazione
di numerose iniziative culturali o ricreative.La cooperativa ha sempre avuto solidi legami con il territorio in cui operava. Se questo poteva essere un fattore positivo, è anche vero che sul fronte delle donne si è verificato pure un processo di assorbimento di retaggi culturali atavici (ad esempio: la donna fa lavori da donna e riceve un salario da donna; dopo il matrimonio le donne devono lasciare il lavoro per curare casa e famiglia) e si è trovata a fare i conti con carenze strutturali (mancanze di asili nido o di strutture per la cura degli anziani e dei malati che costringevano di fatto le donne, delegate dalla società ad occuparsi della famiglia, ad abbandonare il lavoro). D’altro canto il lavoro in cooperativa per le donne, specialmente nel dopoguerra, ha rappresentato un importante fattore di emancipazione; dagli anni Settanta in poi le socie impegnate nelle attività sociali hanno cambiato la loro immagine nella società, sia organizzando incontri sul tema dei problemi femminili, sia diventando il perno di iniziative rivolte all’infanzia ad altre donne, o all’intera cittadinanza. Se è vero che una legge non scritta obbligava le donne a lasciare il lavoro per una concezione maschile del bene e del bisogno sociale, è anche vero che la cooperativa eliminò tale obbligo qualche anno prima rispetto alla legge nazionale del 1963. La parità salariale arrivò nel 1960 (come in poche altre realtà), mentre la legge in materia di parità di trattamento arrivò solo diciassette anni dopo, nel 1977. Coop Toscana Lazio fu una delle poche imprese che applicò la legge del 1991 sulle azioni positive a favore delle lavoratrici coop.
Di contro, le donne hanno sempre ricoperto ruoli poco qualificati, senza fare grandi carriere all’interno della cooperativa:
fino agli anni Sessanta le donne erano solo commesse; poi diventano caponegozio, impiegate, quadri, ma non arrivano mai a ricoprire, tranne in casi isolati, posti di rilievo o di responsabilità all’interno della dirigenza della cooperativa. Iniziative e progetti a favore delle donne partivano, fino agli anni Sessanta, dalla componente femminile del Cda; successivamente l’impegno delle donne nel Cda ha perso la sua “specificità” e si è integrata con quella maschile, mentre Commissione Pari Opportunità si è concentrata sulle problematiche femminili del lavoro e la base sociale ha realizzato numerosi progetti per le donne. Al di là delle contraddizioni, la storia delle donne nella Cooperativa ha registrato alcuni importanti obiettivi, ma la strada per un’integrazione completa (soprattutto nel settore dirigenziale) è ancora lunga

Date alle donne occasioni adeguate
ed esse possono fare tutto.

Oscar Wilde