Genere e generazioni. Un’analisi storico-economica (1945- 2015). Di Tito menzani

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  • 26 aprile 2016

Pubblichiamo uno stralcio del saggio di Tito Menzani apparso su “La Coop di un altro genere”, dal titolo Genere e generazioni. Un’analisi storico-economica (1945- 2015). Tito Menzani è Professore a contratto presso la Scuola di Economia, Management e Statistica all’Universaità di Bologna.

 

Interni di spacci, Piombino, ca. 1950

Interni di spacci, Piombino, ca. 1950

La cooperativa La Proletaria è certamente quella più importante e più rappresentativa dell’intero movimento del consumo nella Toscana marittima, se non è altro perché è stata il fulcro di un processo di progressive aggregazioni che ha portato all’attuale Unicoop Tirreno. Del resto, questo percorso è comune a quasi tutte le altre cooperative di consumo italiane, che pure sono il risultato di diverse stagioni di unificazioni. La Proletaria nacque il 26 febbraio 1945 a Piombino, quando i trenta soci fondatori si presentarono dal notaio; erano tutti uomini. Nei quattro giorni successivi – e cioè dal 27 febbraio al 2 marzo – si registrò la prima “ondata” di adesioni, che portò la base sociale a salire fino a poco più di 800 membri. Tra costoro si registravano anche dieci donne. Si trattava di Ada Pagnucci, operaia, Maria Soffici, impiegata, Angiolina Innocenti, operaia, Pia Fedelina Fedi, atta a casa, Maria De Felice, insegnante, Bruna Dal Canto, impiegata, Fedora Giovannetti, atta a casa, Iva Vichi, operaia, Caterina Fabbri, casalinga, e Adelinda Trivella, operaia (tabella 1). I loro nomi, ricavati dal libro soci, sono meritevoli di essere menzionati e ricordati perché prime “eccezioni” in un mondo altrimenti tutto maschile. Nella mentalità diffusa dell’epoca era il capo-famiglia a gestire le questioni di lavoro, economiche e politiche del nucleo famigliare, e tra queste rientrava anche l’adesione alla cooperativa di consumo.
Di lì a pochi mesi la prassi cambiò, e le donne – che poi erano quelle che facevano la spesa e gestivano la dispensa – divennero socie con molta più frequenza; a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta erano già alcune migliaia, e in varie famiglie di Piombino e dintorni sia il marito che la moglie erano iscritti. Talvolta, poi, in caso di decesso del socio, la sua quota azionaria veniva passata d’ufficio alla moglie, previo consenso di quest’ultima. Alla luce di queste considerazioni, le dieci donne sopra menzionate furono delle involontarie apripista di una tendenza sempre più dirompente. Pur se a queste iscritte della prima ora non può essere attribuito un particolare e specifico merito, se non quello di essere andate pionieristicamente contro una
tendenza generale, è oggi importante individuare nella loro figura il punto di partenza per un percorso di progressivo coinvolgimento delle donne nella base sociale della cooperazione di consumo.
L’altro versante che occorre considerare è quello del personale, dato che con l’apertura del primo punto vendita della cooperativa furono assunte anche alcune commesse. Stando al libro paga, la prima addetta fu Vincenza Romagnoli, che iniziò a lavorare il 6 marzo 1945, poi affiancata, a partire dal 12 marzo, da Dilva Lepri, Iole Rosi e Leonilda Marinari, e dal 15 marzo anche da Iolanda Morelli e Bruna Dal Canto. In aprile furono assunte Maria Boscaglia, Anita Bacciarelli, Amalia Boscaglia, Elena Monti, Anna Maria Vannini, Elide Gambini, Bina Bini, Erminia Gaggelli e Adelia Barbagli, oltre a Luigi Taddei, Azelio Ghiavacci e Amerigo Pascucci.
Queste prime dipendenti della cooperativa guadagnavano tra le 9 e le 11 lire all’ora e lavoravano in genere otto ore al giorno, a volte facendo un po’ di straordinario, pagato fra le 13 e le 16 lire orarie. La paga mensile netta era di poco superiore alle 5.000 lire. Si noti come dei tre uomini assunti, due avessero funzioni direttive, con una retribuzione a giornata e non ad ora, e l’unico con mansioni operative godesse di una paga oraria superiore a quella delle proprie colleghe.

Date alle donne occasioni adeguate
ed esse possono fare tutto.

Oscar Wilde