Una barriera invisibile. Le donne della Coop tra identità di genere e appartenenza cooperativa. Di Anna Pellegrino

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  • 1 aprile 2016

Pubblichiamo uno stralcio del contributo di Anna Pellegrino (Università di Padova) al libro “La Coop di un altro genere”.

 

un gruppo di operai dell'Ilva di PiombinoEra il primo giorno dell’ultima settimana di febbraio del 1945, e ancora le truppe naziste erano attestate a meno di 150 chilometri più a nord, sulla Linea Gotica, quando nello studio del notaio Luigi Giannone, in viale Principe di Piemonte, a Piombino, si presentarono trenta persone, con l’intento di costituire “una società cooperativa di consumo denominata «Società Cooperativa Popolare di Consumo La Proletaria». Le origini della Proletaria sono un po’ circonfuse da un alone mitico, o quanto meno eroicizzante. Anche il testo più attendibile di cui disponiamo, dovuto ad uno storico serio e rigoroso come Ivano Tognarini, non può non sottolineare gli aspetti avventurosi, l’inventiva audace e fuori dalle regole abituali con cui i piombinesi, cercando di risolvere il problema urgente e fondamentale degli approvvigionamenti, dettero vita a quella che poi sarà la Proletaria e oggi la Unicoop Tirreno. Le fonti e le testimonianze sono un po’ vaghe e confuse, ma molte voci concordano nel sostenere che il primo impianto della cooperativa consisteva in qualche sacco di patate, o frumento, o farina di castagne, portati in città con mezzi di fortuna e distribuiti a prezzi accessibili, molto minori di quelli di mercato in un paese ancora in guerra. Una delle più recenti operazioni di “memoria culturale” sulle origini della Coop, il corto del regista livornese Paolo Virzì “La leggenda del Socio Fondatore”, pur rivedendo in chiave spiccatamente ironica la vicenda, mantiene alcuni tratti di fondo di questo mito. L’allegra banda di partigiani che scende in città portando i viveri alla popolazione è una raffigurazione vernacolare e per certi versi caricaturale di una situazione che aveva uno sfondo fortemente drammatico all’epoca; ma coglie alcuni elementi di fondo essenziali del momento: la grande gioia popolare per la liberazione dal fascismo e dal nazismo; la potenza del riferimento alla Resistenza e ai suoi valori nell’ispirare il nuovo clima di costruzione di una società democratica, di cui faceva parte anche la ri-costruzione di una serie di strutture del periodo prefascista, come fu il caso di alcune cooperative.
Un altro tratto fondamentale per capire i modi con cui è transitata nella memoria collettiva la vicenda delle origini della Cooperativa,si ritrova anch’esso nel corto di Virzì, quando nelle ultime scene l’allegra banda di partigiani fa il suo ingresso, con le armi e i vestiti del 1944, in un attuale supermercato della Unicoop Tirreno. Il meccanismo è evidente: sottolineare l’enorme distanza fra il punto di partenza e quello di arrivo della Coop, mostrandoli contemporaneamente allo spettatore. Questo alimenta una visione eroicizzata, mitica, delle origini della Proletaria, ma d’altra parte è un espediente comunicativo che permette di rendere un fatto oggettivo, la straordinaria rilevanza di una trasformazione altrimenti difficile da cogliere nei suoi aspetti, nelle sue dimensioni che escono dai limiti ordinari delle altre esperienze di questo tipo.

Un certo alone mitico sulle origini della cooperativa è quindi inevitabile, e lo storico deve accettarlo e tenerlo anzi in conto, come un elemento significativo, quando ne ritrova traccia nelle operazioni di memoria culturale che si costruiscono su quell’evento, anche se non sempre corrispondono alla fredda evidenza dei dati disponibili. Tuttavia, fra le tante piccole trasgressioni, o se vogliamo licenze letterarie o poetiche di Virzì, ce n’è una che mi ha colpito come una possibile dissonanza, e che riun fotogramma del corto di Virzìguarda direttamente il nostro tema, quello della presenza delle donne. Con una operazione perfettamente “politically correct”, Virzì ha
introdotto nel gruppo di partigiani protagonisti de “La leggenda del Socio Fondatore”, anche una donna. Secondo un luogo comune che si può considerare anch’esso un topos della memoria collettiva, la donna appare nelle vesti della staffetta partigiana, sempre e in ogni circostanza, quindi, appaiata alla sua bicicletta, che tiene per mano, senza mai inforcarla (per confermarci che è un mero elemento denotativo, che non risponde a una qualsiasi esigenza funzionale). La vediamo mentre scende dalle montagne, la intravediamo seminascosta alla prima vendita, a prezzi popolarissimi, dei generi alimentari
alla popolazione; la vediamo in quella sorta di “ritorno al futuro” che è la scena del supermercato Coop.
Ma in realtà, fra i soci fondatori della Cooperativa, fra i trenta che si presentarono il 26 febbraio 1945 di fronte al notaio Una pagina dell'atto costitutivo della ProletariaGiannone, non c’era nessuna donna.

 

Erano tutti uomini.
Questo ci pone un problema di non poco conto, perché attorno e sulla base di questo dato di fatto si è sviluppato una sorta di contro-mito (sia pure molto circoscritto all’ambito degli addetti ai lavori o poco più), per cui inizialmente le donne sarebbero state del tutto assenti dalla cooperativa per colpa di un atteggiamento paternalista o apertamente maschilista degli uomini.
Le carte sembrano incontrovertibili su questo punto. Nessuna donna, neppure in funzione di staffetta. Ha dunque torto Virzì? Stavolta la rielaborazione poetica della memoria ha tradito non solo la forma e l’esteriorità, ma anche la verità sostanziale del reale passato?

Date alle donne occasioni adeguate
ed esse possono fare tutto.

Oscar Wilde